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A distanza di tre anni dall’inizio del progetto Corpo Links Cluster si raccolgono i frutti di un lavoro capillare che ha visto protagonisti i territori alpini che uniscono Torino e Chambery.
Mercoledì 11 dicembre, a Torino, si è svolto il 9° cluster sul tema “Turismo dolce. Elementi di ricerca scientifica, sviluppo, nuovi approcci e offerte culturali nelle realtà montane”. Il progetto transfrontaliero inserito nel programma Italia – Francia ALCOTRA 2014‐2020 propone un modello nuovo di cooperazione transfrontaliera tra due importanti centri di produzione artistica (Espace Malraux di Chambéry e Teatro Stabile di Torino ‐ Teatro Nazionale), gli operatori turistici territoriali, i partner economici e ricercatori universitari.
Presso la Sala Pasolini del Teatro Gobetti si sono dati appuntamento l’11 dicembre i partner del progetto (il capofila Espace Malraux ‐ Scène Nationale de Chambéry et de la Savoie, Teatro Stabile di Torino ‐ Teatro Nazionale / Torinodanza Festival, Associazione Dislivelli e Université Savoie ‐ Mont Blanc) che hanno incontrato in occasione del cluster diversi attori territoriali con cui hanno lavorato in questi tre anni.
Il Teatro Stabile di Torino, nella persona del presidente Lamberto Vallarino Gancia, e Torinodanza Festival, nella persona della direttrice Anna Cremonini, hanno aperto l’incontro ringraziando i partner francesi e italiani per i risultati ottenuti con il progetto Corpo Links Cluster, tutti mossi dalla stessa intenzione di valorizzare i territori di montagna e di sviluppare progettualità condivise, mirando a realizzare processi partecipativi e nuove modalità di vivere i territori. Ognuno preservando le proprie peculiarità. Marie-Pia Bureau, direttrice di Malraux – Scène nationale, ha portato l’esperienza positiva francese, a partire dal rapporto con il mondo del turismo. Se il primo anno il progetto è stato di indagine e sperimentazione, dal secondo anno si è lavorato sui territori cercando di superare la diffidenza nei confronti dei soggetti artistici che avevano una lettura dell’arte in montagna come sola occasione di animazione. E’ stato necessario quindi uno sforzo di ascolto dei territori, che ha portato il terzo anno alla realizzazione della prima esperienza di festival nata dalla condivisione, dallo scambio e dalla partecipazione.
“Ognuno è marziano agli occhi degli altri”, ha affermato Luca Dal Pozzolo, direttore dell’Osservatorio delle culture in Piemonte e responsabile dell’area ricerca della Fondazione Fitzcarraldo. Introducendo al tema del cluster, Dal Pozzolo ha riconosciuto al progetto Corpo Links Cluster il pregio di aver messo insieme una trasversalità di proposte e punti di vista, dove “l’operatività ha superato l’enunciazione”, in quanto i risultati sono stati pratici e visibili. Riflettere sul tema del turismo dolce in montagna significa condividere buone pratiche e il loro racconto è una buona occasione per avere spunti di riflessione.
Ma partiamo dalla ricerca. Nadine Buès dell’Université Savoie Mont Blanc ha introdotto la relazione del ricercatore Benoit Régent che per il progetto ha curato uno studio sul rapporto tra cultura e territorio con l’obiettivo di sviluppare legami tra artisti e popolazioni locali, stabilendo un quadro metodologico per futuri soggetti e territori. Due le fasi della ricerca: la prima ha analizzato 249 questionari e 70 colloqui. Due le categorie emerse, quella dei “non pubblici” e quella dei “pubblici”. I primi considerano la cultura un prodotto, mentre per i secondi la cultura è “un’esperienza”. Non si va a teatro per il prezzo e la distanza, ma si è interessati ai festival che programmano attività multidisciplinari ed eventi culturali lontani dai luoghi tradizionali. Come mobilitare nuovi pubblici, dunque? La risposta sta nel rapporto più stretto che si deve promuovere tra cultura e territorio, valorizzando la storia locale. L’esempio che ha portato Régent è quello della Savoia che a fronte di un aumento dei siti di interesse, nel sistema di offerta culturale le strutture sono classiche e poco diversificate. Lo studio dunque ha iniziato ad analizzare progetti internazionali, come Horizon – Ars Nature Festival, nato per dare visibilità a un territorio, raggiungendo le 22 mila presenze, grazie però a un grande lavoro di coinvolgimento del territorio, degli attori locali, la partecipazione degli abitanti e l’esaltazione delle competenze specifiche di tutti. I processi di autofinanziamento, le riunioni pubbliche e di comunicazione sul territorio hanno permesso al Festival di diventare uno strumento di promozione storico-culturale del luogo. Questo modello si sta replicando nel progetto Corpo Links Cluster, capace di innovare a partire dalle culture e capacità dei territori. “Non deve spaventare la distanza fisica, bisogna indagare però la distanza mentale”, afferma Dal Pozzolo riprendendo la parola. E’ fondamentale tirare fuori la cultura dei territori montani per riproporla in modo contemporaneo attraverso l’arte e lo sport.
L’antropologa Marianna Bertolino ha raccontato di uno studio sul tema nelle Alpi Occidentali condotto nel 2015 dall’associazione Dislivelli nell’ambito del progetto Sweet Mountains, che ha avuto come primo obiettivo la raccolta di dati relativi al turismo sostenibile, dolce, lento in montagna per avere un osservatorio sui territori. Fondamentale è stato il coinvolgimento delle associazioni locali. Le conclusioni dello studio hanno portato alle stesse conclusioni di Benoit Régent: i motivi che spingono le persone a recarsi in montagna sono la natura, lo sport e poi la cultura, intesa come visita a parchi, la conoscenza del patrimonio storico artistico, i musei e l’enogastronomia. Dal 2015 però sono nati molti festival che esaltano il rapporto tra cultura e natura. “I festival traducono i territori in un linguaggio nuovo, che tutti possono capire e sono spesso organizzati dagli abitanti dei territori”, afferma Enrico Camanni, vice-presidente dell’Associazione Dislivelli. Rimane però una grande criticità da affrontare: la poca consapevolezza e  volontà delle amministrazioni locali a rivedere l’offerta culturale dei loro territori.
In sala è presente la musicista e co-fondatrice del festival Etétrad in Valle d’Aosta che racconta di un pubblico curioso e rispettoso dei luoghi, interessato a vivere l’esperienza in modo profondo. Il successo dell’iniziativa porta gli organizzatori oggi a nuovi obiettivi. Primo fra tutti è quello di cercare nelle prossime edizioni di far dialogare la musica con altre arti, come la danza e il teatro.
Seguono le riflessioni e testimonianze di chi lavora e vive in montagna. E’ il caso di Silvia Rovere, sindaca di Ostana, comune che ha rischiato di morire negli anni ’80. “Il bello porta il bello”, afferma, perché partendo dalla tradizione occitana, dal patrimonio architettonico preservato del comune, si è fatto spazio un nuovo modello di turismo dolce che va a rispondere a una nuova richiesta delle persone: si cercano natura e coccole più che passatempi e tecnologia.
“Le popolazioni sono sopravvissute nei secoli perché sono state capaci di riorganizzarsi e hanno investito sulla comunità”, ha affermato Daniele Pieller, presidente dell’Associazione NaturaValp. Pellier riflette sulla necessità attuale di ripartire dalla comunità per fare rete e creare nuovi modi di vivere la valle superando il binomio sci-montagna. Dello stesso parere è Valentina Iorio dell’AGRAP, che nel suo intervento ha portato il caso della Valle di Susa, dove la ricerca sul turismo dolce è critica e un lavoro in rete di studio e promozione di un nuovo modo di vivere la montagna è auspicabile. A favorire i processi potrebbe essere lo sviluppo di quelle infrastrutture che connettono i territori montani alla città, ha affermato nel suo intervento la guida turistica Ambientale Alessandra Masino. La montagna raccontata dalle guide alpine, ha sottolineato Giulio Beauchod, Presidente del Collegio regionale delle Guide Alpine del Piemonte, dovrebbe superare il mito di quello che era e valorizzare la montagna per come è ora in un’ottica d’innovazione.
E allora qual è la metodologia che il turismo dolce dovrebbe adottare? “I turisti devono ricevere ascolto – ha affermato Michela Formento dell’Associazione Ecoturismo Marittime -, ma anche la comunità deve essere ascoltata”. Il turismo dolce secondo Formento non è da considerarsi un modello arretrato di turismo. Lo può sembrare nel momento in cui, rispetto alla città, può fornire un numero minore di servizi. Il turismo dolce in montagna, infatti, sembra non rappresentare ancora un settore stabile e riconosciuto sulle nostre Alpi. Francesco Pastorelli, Direttore di CIPRA Italia, condivide le riflessioni dei partecipanti al cluster sulle potenzialità e i limiti dei territori nella costruzione di percorsi di turismo dolce duraturi. Afferma che una grande potenzialità potrebbe essere quella di agire sulla stagionalità, facendo una programmazione fuori dalle stagioni forti e trasformando il limite delle distanze in un’opportunità per i turisti di vivere appieno un luogo sconosciuto, grazie però a strutture turistiche adeguate. La sfida è di far convivere qualità ed etica, due elementi fondamentali nel turismo sostenibile, dove le azioni messe in atto non siano solo sui territori, ma anche per i territori.
La sfida è la sostenibilità, in tutti i suoi aspetti. E’ necessario saper tradurre in sviluppo economico di un territorio la valorizzazione della sua cultura, superando gli individualismi e puntando su un’identità comune condivisa. Federico Rial di Paysage à manger – Slow Food Valle d’Aosta porta l’esempio del progetto di riscoperta e produzione di 60 varietà di patate tipiche delle Alpi, realizzata con fatica grazie all’aiuto della Fondazione svizzera ProSpecieRara, che sta però trovando difficoltà nel veicolare il prodotto nelle comunità. Aldo Buzio di Ideazione srl porta l’esempio del progetto di incubatore di impresa giovanile in montagna in atto. Dopo 7 campus di formazione hanno selezionato 10-15 idee di impresa con altrettanti imprenditori. Molti di loro vivono in città, ma sono pronti a scoprire un nuovo ambiente, condividendo una visione di sostenibilità in montagna come motore di sviluppo. Puntare sulle giovani generazioni può essere una strada per facilitare il passaggio tra il “fare comunità” e il “diventare comunità”, ribadisce Monica Re del Collegio Regionale delle Guide Alpine del Piemonte. “La montagna produce un’orografia nella mente delle persone e per le persone”, conclude Luca Dal Pozzolo. “Il tema della comunità è da ripensare in termini di società locale, di costruzione comune e radici del futuro”.